perchè il silenzio?

Certo: la vita di ognuna risucchia avanti, indietro. E tuttavia non qui: se a causa di banalità, di routine esistenziale, oppure a causa di una autentica perdita di interesse, non saprei.

Il brivido breve di un malinteso amore di “cultura”, o, magari, dell’amore per una cultura malintesa “in quanto tale” (chi discettava di “ontologia”?), forse: chissà?

E dire che, all’origine, la cosa ci aveva ammaliate non poco: che stessimo cercando, ognuna, la propria collocazione di parola? Che stessimo, semplicemente, oziando in attesa di sorti migliori (poi magari anche occorse…)? Che stessimo tentando – senza aver potuto osare la definizione delle proprie speranze d’espressione – un’avventura di parola a buon mercato, a buon mercato solo a posteriori visibile: con le sue bancarelle ora sì invero un po’ troppo improvvisate?

Dopotutto: che ne è delle stelle – pur senza vaticinio guardate -, collante di (malinteso?) “desiderio”?

Ci siamo sfidate nell’ansia di dire la cosa più “intelligente”, oppure abbiamo – meno colpevolmente – mancato un possibile ascolto?

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Relazione, relazioni

Mi richiamo, credo,  al mio ultimo post:  in cui auspicavo di spostare strategicamente lo sguardo sull’evento della “relazione”.

Il rischio è quello di reiterare pedissequamente il metodo che prende spunto dall’etimo, come molte volte abbiamo fatto;  tenterò di schivare quest’insidia,  pur decidendo di partire proprio da una significazione più antica ed essenziale del termine.

Che dice di un gesto con il quale si insiste a “portare” qualcosa:  a chi? Ad altri da me,  direi… (senza proprio volerlo torna il tema della dif/ferenza….).

Questo “portare” a me suggerisce l’idea del dono, che a sua volta mi offre una compagine: gratuità, grazia e ringraziare.

Ecco: mi incamminerei da qui.

Se le mie parole non affermano certezze, ma le scelgo consapevolmente come si potrebbe scegliere una “pista” da seguire: allora avverto l’emozione dell’inizio di una ricerca.

Primo comandamento: evitare come la peste l’ “auto-referenzialità”. Ci si può riuscire?

Non saprei: non è un peccato mortale riferirsi a sé, e però qui stiamo tentando, appunto, “relazione”.

Ma occorre “ascolto”, ad evitare di perdersi nell’autismo e nella solitudine.

Non dico “ascolto” come dicessi “attenzione all’altra” (ché, questa, già ce la diamo). Né dico “ascolto” come pausa del proprio dire. Dico “ascolto” come colloquio che rende la parola un gesto di quiete: una familiarità del “dire” e del “dirsi” che va promossa e conquistata.

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Tanti sé

Riporto alcune frasi tratte dal saggio di N. Fusini  ‘Di vita si muore’ perchè -leggendole- mi hanno ispirato un salto (pindarico?) fuori dal teatro elisabettiano fino agli studi  contemporanei sull’intelligenza artificiale e sul mistero (non insondabile) della consapevolezza di se stessi.

“Nel poemetto di ispirazione ovidiana che dedica e Venere e Adone e si diletta a scrivere in quell’anno del 1592, quando scoppiò la peste a Londra e chiusero i teatri, Shakespeare parla di <<unsounded self>> – insondato, insondabile sé.

E’ nuovo nella lingua inglese questo impiego del termine self,  che proprio qui cambia di significato e passa da puro indicatore grammaticale alla condizione di sostantivo. Parafrasandolo, potremmo cogliere in quel <<unsounded self>> l’idea che l’uomo ha più di un self;  anzi, a seconda che si metta in posizione di soggetto o di oggetto, l’uomo, di io e di sé, ne ha più d’uno: insondati, insondabili, virtuali alcuni.

Altri si sviluppano sotto la pressione dell’azione. … Amleto, Otello, Iago non sono maschere con un significato già dato dall’inizio:  si rivelano nell’azione che compiono.  Sono liberi. E tuttavia,  si può forse dire che scelgono quello che fanno? … Sono dei soccombenti. Tutti soccombono a un’azione che li mette in contatto con una conoscenza di sé che non sostengono. Una conoscenza che sconfina nell’allucinazione e chiama in causa fantasmi, presenze inquietanti, strane.”

Queste parole mi fanno venire in mente un’autoreferenza portata al limite estremo, e un aggancio possibile con i discorsi “scientifici” sulla coscienza di sè, sulla imprenscindibile consapevolezza dell’io in ogni persona cosiddetta sana di mente o giù di lì.
Se la coscienza (come va di moda sostenere negli ultimi anni) è solo un gioco di specchi -moltissimi- che si riflettono l’uno dentro l’altro e  potenzialmente all’infinito, allora questi personaggi che guardano dentro sè non solo non trovano dio, ma nemmeno l’io,  la follia e la morte -infine- sono l’unico percorso “umano”.

Inoltre,  anzi nel frattempo,  in questo percorso dentro le immagini che gli specchi interiori ci rimandano di noi stessi, si scoprono sfumature a volte essenziali e fino a poco prima insospettate di sé stessi, gli altri sé. E magari un’azione li libera, oppure un accadimento o magari solo un sogno.

Uno o centomila, forse nessuno.

 

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Noi e il mondo, il Mondo e noi

Prendo spunto dai commenti al post Tradurre per tirarmi fuori (io da per me) in un post(o) nuovo e per tentare di ordinare ciò che si è innescato sulla distinzione vera, presunta, linguistica e dunque fallace (?) tra noi e il mondo.

I due partners, mondo e noi, mi sono balzati in mente pensando al depositarsi del significato nel linguaggio, o anche  più semplicemente nelle parole. Mi è venuta la seguente sensazione: quando nomino qualcosa, una mela per esempio, mi sento come se mettessi una distanza tra me e l’oggetto mela, metto una distanza perchè quella mela, quella proprio sul mio tavolo diventa tutte le mele: quella avvelenata in senso metaforico dell’Eden, quella avvelenata in senso favolistico della strega cattiva di Biancaneve, quella avvelenata in senso reale con cui Turing si è ucciso e tutte le mele del mondo: dicendo mela faccio nascere la ‘melità’. Però la mela sul mio tavolo, da un punto di vista empirico puro, non ha nulla a che vedere con le altre mele.

La costruzione della melità e di ogni altra idea platonica crea il mondo, ciò che come spiega bene Mops è il mundus, luogo chiaro e visibile.

Questa creazione (come ogni altra creazione) divide il creatore dal creato, però pensiamoci bene: si dà con le parole, con il linguaggio.

Indubitabilmente il dito di dio sta lasciando quello di adamo: essi sono separati.

Siccome però sappiamo, almeno io credo di sapere e a volte ho anche creduto di sentire, che non siamo diversi da quella mela se non nella nostra capacità di nominarla, la separazione tra me e la mela (il mondo) la sento artefatta, che non vuol dire inutile o brutta o sbagliata, vuol dire però fuorviante.

Il mondo che vedo fuori di me non esiste solo perchè io lo guardo e lo nomino, semplicemente perché non esiste un mondo fuori di me se non nel linguaggio. In questo senso intendevo che non vedo la separazione e in questo senso non ho il disagio di Mops, perchè l’essere umano-riferito non è diverso dall’essere mondo-riferito.

Nessun ragionamento esiste senza flussi di elettroni che girano per la nostra corteccia cerebrale e quindi ogni idea è un dato empirico per definzione oltre che per costruzione: ogni idea nasce dall’esperienza del mondo (comprese le idee di spazio e tempo) e poi si annida all’interno di idee via via più complesse. E il gioco funziona meravigliosamente: le nostre idee si applicano al mondo, il mondo risponde ad esse. Ovvio se noi e il mondo siamo fatti della stessa pasta, ma proprio la stessa. Ovvio anche se sembra magico.

Tutto ciò, carissimi gli altri miei due lati del triangolo, è una conseguenza della mia babelite, un po’ come le conseguenze possibili della meningite. 🙂 Ciò detto mi restano parecchie ambasce perchè la natura del linguaggio mi pare come quella del pietrisco su cui si scivola in ciabatte… ho bisogno che Tiz mi aiuti a togliere i sassetti che insidiano il mio equilibrio o a togliere le ciabatte :)))

Ma anche qui mi verrebbe da dire: dove finisce il terreno pietriscoso e inizia la suola delle mie calzature? Vi ricordo infatti che i miei piedi non si staccano dal tetto dello ziggurat.

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Tradurre…

Le mie nozioni di cultura orientale sono scarsissime, pressochè nulle.

Circa la lingua giapponese si limitano a questo: per la parte della scrittura ideografica (usata per sostantivi e radici di verbi e aggettivi), i segni, oltre a un valore semantico, ne hanno uno fonetico, spesso indipendente da quello.

Eppure (ma a maggior ragione) ci sono domande che periodicamente mi attraversano, si intrattengono per un po’ dentro di me, si modificano di volta in volta quasi impercettibilmente nella loro formulazione e, restando formalmente domande – forse soltanto un po’ più consapevoli di quello cui mirano -, se ne tornano nell’oblio: finchè riappaiono e così via.

Una di queste è riferita alla lingua (meglio: al linguaggio) giapponese.

Per essere posta, questa domanda può avvalersi per parte mia dell’unico riferimento fruibile che ho: quello di “Unterweg zur Sprache” – M. Heidegger, nel capitolo – formidabile! – dove si svolge con grande suspence il dialogo tra Martin e un erudito giapponese.

Naturalmente le implicazioni di quel dialogo vanno ben oltre – e di gran lunga precedono! – il mio interrogativo. Ma tant’è…

In quel dialogo si tratta di arrivare – e pare ed è un’impresa titanica! -, da parte dell’Erudito, a pronunciare (ammesso che esista) l’equivalente del termine occidentale “linguaggio” (“Linguaggio”: non “Lingua”).

Dopo molto cammino – che potrebbe quasi apparire ozioso ma non è – attorno alle problematiche poste da questo stesso intraprendere, l’Erudito si risolve alla risposta: per un giapponese “linguaggio” è “koto ba”, ovvero “petali che fioriscono dal messaggio rischiarante della grazia generatrice”.

Saltando a piè pari argomentazioni che nemmeno sarei in grado di svolgere con la dignità di un “sapere”, azzardiamoci almeno a ipotizzare – postulandolo – che quella traduzione (ma che cosa, precisamente, viene “tra-dotto”?) NON è una corrispondenza, come sarebbe quella “haus”/”casa”,

Quella “traduzione” non esprime nemmeno un “concetto” per definire “Linguaggio” – o almeno non lo esprime come lo farebbe una nostra locuzione – e parrebbe che l’unica possibilità sia riposta nel far “apparire” un’immagine, sebbene descritta in tedesco (immagine che, peraltro, in giapponese indica effettivamente quello che, nell’arco del colloquio si è andato chiarendo circa l’accezione heideggeriana di “linguaggio”) .

Vero è che il nostro termine “idea” deriva dalla radice greca “id”, che è sempre riferibile a qualcosa di attinente la vista…

La domanda che da anni mi ronza in testa è: quale tipo di etimologia può esserci per una lingua che affida i suoi significati non soltanto al concatenarsi di suoni convenzionalmente designante oggetti e concetti ma anche a immagni convenzionalmente “rappresentative” e, probabilmente, “evocanti”?

Quale mai potrà essere – e secondo quale filo di coerenza – l’etimo di “koto ba”?

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A passeggio tra il desiderio

Tre donne stavano lavorando al progetto di un blog. E trascorsero insieme tre ore per accordarsi sul “motto” che avrebbe campeggiato aprendolo: tre ore di minuzioso scrutinare il significato, la forma, l’insieme delle parole nella loro successione. Un termine in particolare le aveva impegnate in non pochi contorsionismi concettuali: “desiderio”.

Per un verso, all’una pareva inadeguato esteticamente, per altro verso all’altra carente – alla terza ambiguo – in termini di senso. “Ma che cosa intendiamo con *desiderio*?”, si interrogavano.

Lo Zingarelli del ’96 riporta l’iter etimologico dei vocaboli, e soccorre: eccome che soccorre! “desiderare – voce dotta dal latino, letteralmente ‘cessare (de-) di contemplare le stelle (sideràre, da sìdus, stella) a scopo augurale, quindi bramare’.

Ecco fatto: il risultato sta, nella sua scarna ed essenziale dichiarazione d’intenti, in about

Una settimana dopo…

Una delle tre non ha impegni per sabato. La giornata inizia pigra e pigra prosegue. L’occhio inciampa sul dizionario tedesco-italiano lì sul tavolo: chissà se anche “Wunsch”, il teutonico desiderio, guarda sù in cielo… No, sta per terra.

Però lo Zingarelli dava anche “bramare”… Allora vediamo: il bramare tedesco è “begehren”, dall’antico “gèren”, da cui “begirig” cioè “desideroso, appassionato”.

La compagine contiene una radice (o forse un “tema”) gern (volentieri): la derivazione non è latina, ma l’evoluzione fino a “gern” contempla, tra altri, un passaggio dal greco “chairo“, che significa gioire, provare felicità.

Sì, ok: ma al punto 5, che il “GI, vocabolario della lingua greca Loescher” fornisce tra le accezioni d’uso per “chairo”, si legge, con riferimento alla terminologia astronomica: “occupare il posto di un altro pianeta” !!!

“Assaporiamo un momento in silenzio questa valanga di soddisfazioni” (M.Barbery)

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Ziggurat

“Sono convinto che sia stato estremamente pregiudiziale per il progresso del pensiero scientifico l’impegno dei filosofi a sottrarre al dominio dell’empirismo alcuni concetti fondamentali, trasferendoli da questo dominio, che è sotto il nostro controllo, alle altezze intangibili dell’apriorismo”.

Ho trovato questa frase di Einstein nel suo: il significato della Relatività.

I concetti fondamentali a cui fa riferimento Einstein sono le categorie kantiane di spazio e tempo, lo stesso Heidegger nella sua “interpretazione fenomenologica della critica della ragion pura” aveva scritto che spazio e tempo assoluti sono per Kant le strutture necessarie per l’allestimento della nuova scienza, laddove la nuova scienza era quella che doveva finalmente oltrepassare con il suo ‘modo empirico’ il modo idealista o aristotelico che aveva dominato per secoli.

Proseguendo nell’analisi della rivoluzione operata da Einstein e altri (Poincaré e Lorentz per es.) che hanno tirato cannonate ad alzo zero sullo spazio e il tempo di Kant mandandoli irrimediabilmente in frantumi e costringendo a una rifondazione di strutture così portanti del pensiero,  risulta inoltre (con un’immagine suggestiva) che la stessa geometria, tutta la geometria e non solo quella per antonomasia cioè quella euclidea, è dovuta scendere dall’Olimpo e riconoscere di dover dipendere da materia ed energia.

Materia ed energia rispetto a spazio e tempo non sono date in maniera aprioristica né sono strutture immutabili o che fluiscono in maniera costante, non appartengono insomma alla “altezze intangibili dell’apriorismo”.

Ciò posto l’altezza intangibile dell’apriorismo mi ha riportato alla memoria un’immagine che, da quel che ricordo, mi giunse durante l’infanzia.  L’immagine è quella di uno ziggurat sul quale io stavo in piedi proprio sulla sommità e di lì contemplavo tutto quello che si stendeva sotto di me, cioè tutto  il resto del mondo. Pensavo in maniera controfattuale che data la mia posizione potevo ben vedere la base quadrata dello ziggurat e quindi comprenderla, ma che salendo con lo sguardo i gradoni di lato via via più piccolo sarebbero sfuggiti alla mia contemplazione data la mia posizione nell’immediata prossimità, pensavo questo ben sapendo che -date le proporzioni nel mondo reale- in realtà se io fossi in piedi su uno ziggurat l’unico gradone che potrei vedere sarebbe l’ultimo, quello più piccolo. Ma il mio era uno ziggurat immaginario e immaginavo che avrei potuto sporgermi fino a vederne la base.

Pensavo che per poter vedere tutto avrei dovuto poter staccarmi dalla base e salire più su ma questo era impossibile e lo sarebbe stato sempre.  Cioè qualcosa e in particolare quelle ultime cose subito dopo le quali eravamo noi esseri umani ci sarebbero sfuggite per sempre. Quanto meno, direi ora, le ultime cose quelle più vicine a noi, sono le più ardue da comprendere.

Resta immutato il fatto che i nostri piedi sono fusi con il tetto dello ziggurat.

Leggendo la frase di Einstein mi è tornato in mente il mio ziggurat che era, posso interpretare ora, tutto ciò che l’empirismo domina, me compresa che stavo sul gradone più piccolo e più alto. La filosofia e la scienza dunque hanno tentato di portare qualcosa creduto fondativo ad altezze intangibili, salvo poi dover assistere alla caduta dei giganti e mi chiedo ora, c’è ancora qualcosa che il pensiero pone a queste altezze? se si cosa? e se no  è un peccato? sono domande non retoriche.

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